sabato 5 dicembre 2009

"Le favole non esistono" D.G. - "Lo dici tu!" A.M.P.

Tanto tempo fa, in un castello molto lontano, viveva una bellissima fanciulla che tutti chiamavano Cristallina, per via del fatto, che a differenza di sua cugina Cenerella, lei viveva nel cristallo, aveva gli occhi dello stesso colore, e i suoi soprammobili erano tutti quanti fatti dello stesso pregiato e fragile materiale.
Ogni mattina, Cristallina, si doveva svegliare e muoversi con leggiadria per le stanze della sua regale casa, andata in rovina, però, per colpa di quel disgraziato di suo padre che aveva il vizio di giocare a poker ogni benedetto Venerdì della settimana; almeno  finché non ha perso fino all'ultimo centesimo rimastogli e per fortuna, non ebbe mai il tempo di potersi giocare il castello!, grazie al fatto che rimase muto e mutilato allo stesso tempo, camminando, su un campo minato nei pressi di qualche campagna, alla fine della seconda guerra mondiale.

Cristallina si muoveva a passo di danza e sembrava una nuvola in volo per cieli lontani, ma non lo faceva per passione, oh, questo proprio no! Si spostava in cotal maniera da una parte all'altra solo e soltanto per forza di cose, 'ché da un passo un po' più pesante a ritrovarsi a vivere come un senzatetto la strada non era molta.

Proprio come Cenerina, aveva una vita poco felice rispetto alle sue coetanee: nonostante avesse due occhi incantevoli, penetranti e attorniati di ciglia d'oro che destavano tutta l'invidia del sole, non riusciva a trovare, tuttavia, la persona della sua vita: quella che le avrebbe fatto mollare tutto il cristallo per passare all'argenteria, ché magari sarà una rottura di scatole da pulire, ma di sicuro, puoi anche farci un saltello sopra: certo, può darsi che da una stanza quadrata ti ritrovi in una camera ovale che ha qualche ammaccatura di troppo, ma se diventa "una spirale ovale" ti ci puoi scatenare con J Ax e gli amici suoi.

Cenerina aveva fatto la sua fortuna, proprio grazie all'ultimo modello di scarpe disegnato e creato dalla cugina, la quale si gloriava di una fama di tutto rispetto nel settore dei cristalli.

La fata madrina, infatti, che non era proprio tra le zie più imparziali al mondo, da sempre aveva preferito Cenerina a lei, e quando si presentò l'occasione ottima per farle trovare un buon partito, non perdette un solo istante per realizzare il suo sogno ("suo" di chi, non è dato sapere), e così, in men che non si dica... rubò dalle creazioni di Cristallina, il paio di scarpe più bello, e fortuna volle, che la fata madrina sapesse che la giovane Cristallina, fabbricava sempre due modelli uguali, ma di numero diverso; indi per cui, furbescamente, prese una scarpa di qua e una di là, e fece la magia che tutti conosciamo, affinché zucche, topi, e quant'altro, si mettessero d'accordo nel suo complotto e quella sbadata di Cenerina indossasse una scarpa più grande di due taglie rispetto al suo piede, ballasse per mezza serata e anche se il divertimento avesse raggiunto l'apice, a mezzanotte, sarebbe scappata senza voltarsi indietro, per curarsi il piedino ferito e pieno di bolle, come da ordine suo, ad inizio serata.

La fata madrina non era buona di certo, lei avrebbe ricavato qualcosa dal matrimonio tra il Principe e Cenerina. "Nessuno fa niente per niente" era proprio lo slogan del regno, gli unici a non saperlo erano, però, Cenerina (che adorava la cugina), la cugina (che di cuore era anche lei Cristallina) e forse, forse, lo sapeva anche il Principe, ma di questo non ne eravamo tanto certi, né tu, né io, nemmanco Tuculìo, che era un signore un po' attempato che viveva con la sua famiglia in cima al monte Taratapunzi. Questo tizio si faceva vedere in giro, per i boschi e le vallate solo quando doveva mettere alcune pulci nelle orecchie della gente, e devo ammettere che era veramente bravo nel suo mestiere, anche se poi, di lavoro non faceva il Reporter o il Curiousman, ma il ciabattino per signore di una certa classe sociale a cui piaceva vestire in un certo modo, e abitare in case fatte in un certo modo, e parlare in un "ciuerto moudo".

Il fatto che fosse un ciabattino, però, ogni tanto mi portava a pensare che nel mettere zizzania nella vita di Cristallina e Cenerina,  potesse provare, come una sorta di leggerissima e impercettibile megagalattica goduria spiccia.

La prima fanciulla era scomoda perché talentuosa e di successo.
La seconda, invece, perché lavorando gratis, in mezzo agli insetti e alla cenere, era pure sfigata, e come dice Battiato che "uno dice: mica si può pagare anche gli extra dei rincoglioniti", non era persona a lui tanto gradita a prescindere da ciò che faceva, diceva, o minacciava di fare o dire, anche solo alzando un braccio in segno di saluto.

Un giorno, non molto lontano venne nel regno del Principe o di Cristallina, un viandante. Voleva informazioni sul suo cammino, doveva raggiungere Taratapunzi, ma non sapeva da che parte andare.

Per la strada vide una fruttivendola grassa e profumata. Si fermò, e le chiese con molto garbo: "mi saprebbe dire questo che regno è?", e la donna con altrettanta grazia rispose che non ne sapeva nulla, e che stava là per puro caso.
Alché il signor viandante, domandò dove potesse trovare qualcuno in grado di fornirgli informazioni sul luogo, ma la donna lo mise subito in guardia: "non fidarti della gente che trovi qua: nessuno sa niente e fa niente per niente, ricordati queste mie parole, da qualsiasi persona a cui tu parlerai, nessun tipo di comunicazione utile riceverai. Fai attenzione a chi ti rivolge la parola per primo, è un chiaro segno del suo acume sopraffino", e detto questo, la donna riprese a svolgere i suoi esercizi ginnici accanto al cesto delle mele profumate alla fragola.

Il viandante, per antonomasia, si sentiva, anche un po' spaesato, ma non voleva darlo molto a vedere.

Incontrò mille donne e trecentotrentasette uomini di cui trentasette erano bambini e adolescenti che andavano in giro per il regno a fare i bulletti e a distruggere la serenità della gente.

Superato l'ostacolo dei trentasette, finalmente incontrò gente normale che la mattina si alzava presto per andare a lavorare, che percepiva uno stipendio come si deve... ricevere se si lavora sul serio, ma anche scherzando di tanto in tanto, così, giusto per alleggerirsi la giornata e non per altro.
Vide persone oneste, di buona famiglia o di famiglia poco buona, ma onesta, comunque, 'ché ognuno ha il suo modo di essere.
Notò, peraltro, che qui i bambini andavano a scuola, ed erano pure contenti.
Insomma, decise di chiedere a qualcuno dove si trovasse, ma anche qui, stranamente nessuno sapeva dire niente, anzi, peggio, in questo luogo ameno e ridente... gli ridevano pure in faccia ( e se no che 'ridente' veniva chiamato a fare?!) , appena capivano che era un "senzameta".

Il mistero per lui s'infittiva, ma ormai stava perdendo la speranza che in un futuro prossimo avrebbe capito anche solo da un elemento come si chiamasse il regno e di chi fosse: mi fece una gran pena, perché sebbene non avessi detto molto di lui, me l'immaginavo, solo, sconsolato, senza una via d'uscita, così presi a parlargli e gli spiegai:

"Ti sembra di aver letto nulla che fosse almeno lontanamente sensato in questa storia?", rispose mestamente di no, ed io aggiunsi "ricordi ciò che ti ha detto la vecchia saggia dai frutti ibridi e profumati coi quali puoi farti anche lo shampoo e la doccia?", mi disse di sì. "Bene, tu sei uno di loro, ti trovi qua per scelta mia. Mi dispiace che ti abbiano riso in faccia, in fin dei conti, ti poteva andare peggio. Pensa se nascevi Cenerentola?!"

Si fece convinto, tanto non conosceva bene l' altra fiaba e non sapeva dello strabiliante lieto fine.

Cominciò ad esplorare tutto il luogo: sicuro e coraggioso, tagliava rami secchi e scudi di arbusti spinosi per raggiungere nuovi angoli e salvare fanciulle in pericolo.
Era diventato un eroe nella mia fantasia. Tutti lo ammiravano e io ne andavo fiera. Poi, però, mi stufai. Tutti dovevano diventare degli eroi. E così fu.

L'amore regnò sovrano e si capì che era il regno di Amore, i sudditi furono i suoi figli e fu così anche per i figli dei figli, che ben presto si ribellarono dalla sudditanza e divennero liberi, indossarono camice a fiori e pantaloni a zampa d'elefante.

Il re era fiero di loro ma sua moglie un po' meno.

Crearono un decennio di casini, dopodiché si dettero una calmata, qualcuno di loro indossò la cravatta, qualcun'altro si colorò i capelli e lo si vide in una trasmissione chiamata "Meteore", ma per non più di una puntata.

Il regno di Amore, però, non poteva finire così: infatti, alcuni s'innamorarono davvero, altri, non s'innamorarono affatto.

"Io me la volevo cavare", come il bambino napoletano, ma ormai, non ci speravo più, finché non mi venne l'idea più geniale della storia dell'umanità: lui era l'uomo perfetto, non era rozzo, né villano, né prepotente, né prevaricatore, era bello, pimpante, serio e divertente, sapeva il fatto suo, ma anche quello degli altri, appena diceva meraviglie queste si avveravano, e, soprattutto, si era innamorato di me.

Io ero felicissima, almeno finché Cristallina non venne a chiedermi il motivo per il quale non si fosse trovato un verso alla sua storia e mi dispiacque talmente tanto che le regalai il mio uomo.

Ne modellai un altro, ma non era lui.

Dovetti impegnarmi a lungo per convincermi di poter trovare di meglio, in mezzo ai miei neuroni esauriti e morti di sonno, ma alla fine, dato che avevo già imbrattato abbastanza per questa notte, volli andare a dormire. Decisi di fare bei sogni e di dare la buonanotte a tutti.

Vivemmo tutti felici e contenti (perlomeno nella mia fantasia).

Morale della favola: sotto le scarpe... è arrabbiata, e ha ragione, se mi dessero della insensata e dicessero che non esisto, me ne risentirei anch'io.

giovedì 3 dicembre 2009

Per il tuo quieto vivere, mica per altro.

'Spostati ma non scomparire: le nostre vetrine hanno bisogno di un manichino che non sia un vero e proprio manichino.
Non è necessario che tu parli e saprai già da te, che anche se lo facessi non diresti niente d'importante o almeno di minimamente interessante.
Non chiuderti, comunque, in te stesso, perché se dovesse malauguratamente venirci il dubbio che sai comunicare anche tu, ci aspettiamo che tu sappia aprire quantomeno la bocca per soddisfare le nostre curiosità, che talvolta potrebbero essere morbose.
Non piangere, o almeno, non farlo più di una volta al mese, altrimenti diventi patetico, depresso, grigio e non sei di nessuna utilità, 'ché già è Inverno e basta il tempo orribile che dobbiamo sopportare per troppi mesi per sobbarcarci anche le tue ansie.
Non stare tanto ad entusiasmarti per qualcosa, di sicuro, non è nulla di ché e non credere che con quella tua risata non abbiamo capito che ti senti arrivato!
Non cantare perché ci sanguinano le trombe d'Eustachio.
Non ballare perché tre minuti fa stavi piangendo, e smetti di rimanere immobile perché sembri il manichino di cui sopra.
Non scrivere: non lo sai fare. Non hai un lessico forbito né ricco, anzi, è talmente povero che a momenti si rifiuta di uscire fuori perché non sa come lo farai vestire.
Non essere esuberante.
Lasciati andare a vivere ma non farlo veramente: dissimula.
Non dissimulare: tanto non ti crederemmo.
Non dire la verità: tanto non ti crederemmo.
Non dire bugie: rischieresti che ti crederemmo.
Non fare niente di niente di ciò che vorresti.
Non dire "ti amo" perché tanto non hai nessuno.
Dì "ti amo" perché non c'è niente di più bello di poter urlare il proprio amore, ma tieni presente che potremmo considerarlo una bugia; nonostante già sappiamo che non stai con nessuno qui ci si aspetta che tu lo pensi.
(Non pensare troppo perché il troppo pensare porta a paranoie come questa).
Non arrabbiarti mai, ma fallo all'occorrenza, ovviamente quale sia l'occorrenza lo decidiamo noi, e non te lo diremo mai.
Non ucciderti, non sognare, non patire, non arrenderti, non ... fare nulla, ma ricordati che non puoi gelare sul posto, devi scioglierti, muoverti, agitarti, battere i piedi, sorridere.
Sorridiiiii???? Non sai che "il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi?!" Oddio, che sacrilegio!
Quindi, adesso, che vuoi fare?'

' Guarda, non lo so... è un problema se mi sento un po' confusa?'

' No, ascoltami, forse non sei stata attenta. Devi saper sciogliere il nodo del discorso'.

'Che sarebbe?!'

'Tu spostati sempre, a tutto il resto ci penserai dopo'.

'Ah'.

'Adesso levati che mi hai già rubato troppo tempo inutile'.

'Eh?'.

'Allora non hai capito proprio nulla!'

'No, forse non hai capito tu'.

'Non può essere'.

'Già'

martedì 1 dicembre 2009

"Ed è difficile ignorare un chiodo fisso":

disse un mattone forato che non fungeva da muro, non appendeva quadri e non faceva niente di niente.

lunedì 30 novembre 2009

Cambio prospettiva.

Un cielo azzurro metallo attraversato da nuvole bianche contornate d'argento, e non ero qua.
Un cielo azzurro intenso bucato da un sole arancione che mi sfiorava con con le sue braccia afose, ed ero da un'altra parte.
Un cielo grigio che mi toccava, freddo, mi truccava con la sua rugiada, mi chiudeva gli occhi con il suo fiato, ed anche questa volta non ero qua.

Un cielo di nuvole azzurro metallo... e fai attenzione che se ti cade in testa ti fa qualche danno.
Un cielo che mi chiude gli occhi con il suo fiato... avrà mangiato pesante.
Un cielo azzurro intenso bucato... se pure profumato, che detersivo sarà stato usato?

sabato 28 novembre 2009

Lo giuro fino alla morte.

Tra i miei blog "amici" (più siti sconosciuti che altro), ve n'erano moltissimi che spesso mi lasciavano perplessa sui contenuti, perché pur parlando di qualsiasi sorta di argomento, finivano con il far riferimento a qualcosa che io avevo fatto o scritto.
Mi piaceva un ragazzo in quel periodo e io pensavo che tutto ciò partisse da lui, che era innamorato, o più o meno lo speravo.
Andava così: io leggevo e interpretavo, e cercavo di capire cosa veniva scritto. Poi cominciai a capire che ogni parola che leggevo, era creata su di un personaggio diverso da me ma nel quale io mi potevo ben immedesimare, al punto che, in base a cosa veniva scritto, poi potevo anche star male.
C'erano dei riferimenti chiari a me. E questo non riuscivo a spiegarmelo.
Circa un anno fa, di sera, mia sorella mi dice che sente un rumore strano, come un frastuono a basso volume.
Già da un po' di tempo io avevo cominciato a pensare che attraverso le onde radio, tramite il computer, qualcuno si era intromesso nelle frequenze della mia vita, ma non sapevo bene come funzionasse il tutto e credevo che fosse tutto frutto della mia fantasia. Solo che a quel punto, dopo il suono che aveva sentito mia sorella, la mia tesi, veniva in qualche modo avallata ma in un modo leggermente diverso e un po' più preoccupante.
Infatti, casa mia è sviluppata in più piani e nel piano delle camere da letto non c'è un pc, quindi, quella sera che sentimmo il "rumore", questo proveniva da giù, eppure il giorno dopo, quando andai a rileggere qualche blog trovai nuovi riferimenti a me e mi stranizzai ancora una volta. Probabilmente, il tutto non si limitava al pc.
Anche dalla televisione notavo delle stranezze ma mai avrei potuto pensare che c'entrassero qualcosa con la mia vita "reale".
Capitò un fatto, però, credo verso Gennaio. Accesi la radio, dopo tanto tempo. Sentii commentare ogni minima azione che stavo compiendo: "guarda si sta alzando ... dove va ... fugge ... che fa si siede? ... si cambia ... etc...".
Strano lo era in effetti, e infatti non ignorai il fatto.
Non avevo idea della portata della situazione. Mi misi ad ascoltare ogni singolo giorno, cogliendo doppi sensi, e frasi direttamente a me rivolte.
Rimanevo ferma a pensare quando da un programma mattutino, uno dei deejay diceva: "prova a guardare dentro la radio, con le nuove tecnologie, veramente qualcuno potrebbe nascondercisi dentro", oppure, un altro che diceva che se si viene spiati bisogna andare dai carabinieri, mica da Striscia la notizia o dalle Iene, soprattutto, se la persona che vediamo nel nostro schermo è ignara di tutto, mentre gli altri, riescono a vedere, sì insomma, bisognerebbe segnalare il tutto.
Io, intanto restavo con i miei sospetti, chiusa in casa mia, senza capire, sforzandomi di comprendere.
Una sera, guardavo un programma divertente e spunta l'imitazione di due individui rappresentati con i baffi e non ricordo se con la coppola, e questi due, chiedono di poter far inserire una ragazza nel mondo dello spettacolo, dicono delle cose, io ormai da tempo, in quel periodo, ho cominciato a raccogliere altri elementi anche a partire dalla televisione, a leggere stranezze negli spot pubblicitari e in alcune trasmissioni. Vedevo gli sguardi dirigersi verso posti strani. Reazioni particolari a frasi dette.
Intanto dalla radio la situazione si esaspera. Tanto che mi convinco quasi di conoscere ormai tutti quanti.
Spengo la luce se vado in bagno. Faccio azioni anomale per chi mi sta intorno, che sa delle mie convinzioni ma non mi crede.
Parto per fare il servizio civile, e dentro la casa me ne succedono di tutti i colori. Una sera, in cucina, P. mentre si parlava di qualcuno che viene attratto da tante sfortune, mi guarda di nascosto, ovviamente io lo vedo, ma non capisco come può una persona che non ha mai avuto nulla a che fare con me possa affermare un discorso del genere.
Intanto mi succedono alcuni episodi particolari. Comincio a vedermi ogni giorno osservata. Decine di persone in moto mi ruotano intorno. Accanto a me vedo ragazzi che ascoltano i loro lettori mp3. Mi osservano, dicono discorsi strani.
Comincio a metterli alla prova. Come una scheggia impazzita li confondo. Una ragazza non scende dal tram all'ultimo secondo, poi io vado giù, quando lei ormai non se lo aspetta più la osservo fuori dal vetro, lei mi fissa.
Intanto noto che tutti parlano di calcio, e di schemi "fantomatici". I titoli dei post nei vari blog cominciano ad essere tutti collegati.
Ci sono in palio delle scommesse? Sono diventata solo una posta in gioco?
Cos'è la mia vita? E' un dominio pubblico con il quale si può ridere? O peggio è un mezzo attraverso cui ci si fa denaro?
Ieri sera lo rivedo: vedo un altro personaggio "comico", e anche questo parla della riuscita della carriera di una ragazza, anche questo è rappresentato con i baffi. Anche questo sembra un manager.
Io non ne ho mai avuti.
Chi li ha lo sa. Io non ne so nulla.
Intanto nel frattempo, ho lasciato il servizio civile, perché dentro casa i miei coinquilini mi rendono la vita impossibile, perché non ne posso più di pensare che la mia vita è tutta un gioco, perché so che non lo è, perché vivo nel reale, perché se fossi in un campo da gioco certamente sarebbero diverse le mie giornate.
Sono molto stanca, molto povera e molto messa in mezzo a cose di cui io non so un'emerita mazza.
Non so da dove tutto ha inizio, non so in che modo possa finire, ma so che io non c'entro nulla, e posso affermarlo e giurarlo fino alla morte.
Perciò chi crede il contrario, adesso, sa qual è la verità, se ha una coscienza, dato che legge, parli adesso con le autorità e mettiamo fine a questo scempio, subito.
IO NON SO COSA FARE.

sabato 14 novembre 2009

A te che mediamente mi hai insegnato a parlare.

Un grande mondo interiore - che non si limiti soltanto a chi hai amato, a cosa hai vissuto e a ciò che vorresti aver fatto - porta a considerare e a riflettere seriamente sul momento storico nel quale si vive - o di cui si è venuti a conoscenza, tramite forme moderne o "antiquate", di un passato senza ritorno - e a spunti di riflessione sul futuro, che riguardano l'ambiente o tematiche culturali, psicologiche o sociali, dalle più diffuse alle meno frequentate.
Chi ha una forte consapevolezza del tempo in cui si muove e si applica nel soddisfare le sue curiosità e i suoi crucci o preoccupazioni sul cosa ne sarà di noi poveri mortali, precari, poveri, soli e angosciati, sa di sicuro che esiste un'altra "fascia" (o "fetta": o - chissà perché a parte questi due sinonimi usati dalla tv non mi vengono in mente altri modi per poter esprimere lo stesso concetto... forse potrei utilizzare il vocabolo "spaccato", ma anche questo fa riferimento alla scatola animata di cui sopra, in ogni caso, non è importante ai fini del mio post) di persone che non se ne cura proprio, ed una tra queste potrei essere io, ma magari non ne faccio parte o magari ne faccio parte ma solo in parte (e qui con questo gioco di parole mi sono "fumata" anche l'altra parentesi che ho aperto prima: ne sono dentro fino al collo e mi sto pure bagnando i capelli!).
Il punto (o il nocciolo, o il centro o il succo o... non posso inserire tutti i vocaboli che conosco! - Anche perché farei una figura mica tanto letteraria - e non spiego il motivo per una sorta di pudore nei miei confronti e di chi capisce i non detti) della questione, è che se anche guardi ventiquattro ore su ventiquattro i programmi televisivi, ascolti la radio dalla mattina alla sera - notti incluse e colazione non compresa - e senti parlare di guerra, morti, feriti e venditori ambulanti, strisce blu, gialle e bianche, libri in uscita e quelli più letti che possono essere della vita o della morte, presidenti che viaggiano, fanno e disfanno (e non è detto che qui il verbo "fare" si possa utilizzare per lo stesso ambito), di lodi senza il 30 e di ministri che li vogliono o che se ne pentono o che ti fanno capire una cosa mentre, in realtà, ne desiderano un'altra, di bamboccioni che stanno a casa e cliccano i tasti del computer e fanno i blogger quando magari: chissà!? Forse sarebbe più costruttivo se invece di scrivere (che può essere un modo "inutile" per tenere vivo il pensiero), andassero a lavorare e poi, magari appena tornati da lavoro (fortunatamente la disoccupazione è una rappresentazione della mente di tanti giovani "parac**i" che vogliono soltanto giocare e non hanno mai mandato curricula che sono stati ampiamente ignorati o non hanno mai guadagnato una "miserrima miseria" di stipendio: che ne so?! Anche a distribuire pagine gialle mentre fuori il freddo quasi faceva pentire di trasportare quegli enormi malloppi di numeri utili... 'ché, io non ne conosco di gente così o che lavora per tutto il giorno e prende seicento euro da un anno e più senza speranza di riprendersi nonostante abbia un attestato di laurea affisso in bella mostra nella sua cameretta da bamboccione), si mettessero a riposare com'è giusto che facessero, davanti alla televisione, che da brava "mamma" insegnerebbe loro, tutte quelle cose che sicuramente loro non sanno.
Se la "mamma" dei bamboccioni fosse la tv, tutti sarebbero degli esperti in qualsiasi campo, tranne nella conoscenza di ciò che li circonda e a quel punto, quando, una volta spentala, venissero a concedersi il lusso di dire la loro opinione su qualcosa, certamente, non saprebbero come argomentarla. Perché? E' semplice. Quando stai davanti alla televisione puoi accumulare domande, alle quali nessuno ti può rispondere perché non ti sente (se non ti sente... ma in genere è vero che non ti sente, a meno che tu non sia provvisto di ultrasuoni capaci di essere codificati e trasmessi tramite onde o frequenze o impulsi, in un qualche canale dello spazio, che possano farti raggiungere il conduttore finale, che ha detto quella frase che proprio non hai digerito: di solito, ahimé, non capita).
Hai, dunque, due possibilità: la prima è che te ne freghi e continui ad assaporare le tue barrette di cioccolato, comodamente seduto a casa tua senza pensarci, mentre la seconda è sì di continuare con le suddette barrette di cioccolato nell'azione di rimpinzarti, ma puoi in aggiunta trovare un modo più equo e un po' più intelligente, d'informarti sui fatti e approfondire le questioni che non ti sono mai state chiare e che (qualcosa mi dice) non ti si acclareranno mai.
Qui, però o comunque, nasce, in ogni caso, un altro problema: da qualche parte dei tuoi studi, magari è passato un po' di tempo e non ricordi esattamente dove l'hai sentito - oppure te ne ricordi eccome, ma fai finta del contrario, in ogni caso sono fatti tuoi / o miei?! - hai imparato che tutto ciò che senti dai media è tutto ciò di cui tutti parlano perché ne hanno sentito prima parlare da loro, dunque, (se non vado errata), se vedi che intorno a te c'è solo gente che ne sa quanto te o anche meno, è davvero il momento di lasciarsi andare verso il mondo esterno e di fiondarsi dentro qualche libreria, nella speranza, che forse, dentro quelle pagine nessuno è figlio della tv come te (magari tu sei "il figlio del cuore", lui del pancreas e si è reso orfano prima che poteva), perché se di mamma ce n'è una sola e ti vuole bamboccione, quando ne hai due dello stesso genere e modello - ok, probabilmente di marca diversa - tutto diventa ancora più complicato.
Quindi, secondo me, internet è una buona occasione per essere bamboccioni ma senza far scoprire alla mamma che dentro c'è tutto un universo, e che chissà, forse, un giorno o l'altro, potrà aiutarti nella fuga che tanto mediti da tempo: ti proporrà indirizzi, luoghi di lavoro o di studio, ti mostrerà luoghi nei quali potrai spaziare, prima con il mouse, poi magari calpestandoli con i tuoi piedi, scriverai "Matrix" su Google, e improvvisamente, vedrai che non esiste solo il film ma anche un programma televisivo che si occupa proprio di te, caro bamboccione, poi inserirai un'altra parola chiave e vedrai altre splendide meraviglie del mondo: del gossip, della moda, del cinema, della letteratura, noterai che c'è gente che parla e osserva molto più di te, che dice la sua opinione con più mestria e destrezza, forse da loro imparerai qualcosa, forse da loro coglierai soltanto gli aspetti che avresti fatto meglio ad ignorare, forse non approfondirai lo stesso la tematica di cui ti hanno appena parlato in tv, e alla fine, quando ti troverai davanti ad un foglio bianco ed elettronico davanti, l'unica e sola cosa che farai, sarà di chiederti perché, già, perché loro là dentro sanno tutto e a te (e a me) rifilano sempre quattro informazioni che poi ci restano appiccicate a malapena, di cui non capiamo nemmeno il nesso logico che ci ha spinti a memorizzarle, mentre tutto l'altro miliardo di notizie ci sfugge di mano come tanti piccoli pezzi di carta mossi dal vento gelido invernale?

Per il resto: "che mondo sarebbe senza" ... la mamma? Che "la mamma è sempre la mamma" non vi sono e non v'erano dubbi, ma quando da una parte ti tiene il braccio e dall'altra ti dice che te ne devi andare, io, personalmente, qualche dubbio me lo farei venire su quanto possa essere tutelante per dei piccoli bambini quali siamo noi, e tutt'al più, farei in modo di parlarci... ah già, scordavo: non mi sente.

giovedì 12 novembre 2009

Devo ripassare.

Parlammo di computer fino allo sfinimento Esmeralda Matilde ed io, finché non arrivammo alla conclusione che trascorrere una serata alla pista di pattinaggio sarebbe stato meglio.

Trascorse del tempo senza vederci. Io dovetti partire per una città lontana, piena di fili di metallo, che attraversano il cielo, se lo guardi a testa in su, e la terra se cammini a testa bassa, e ti conviene davvero guardare dove metti i piedi, oppure puoi rischiare di cadere, eppure se ti ritrovi in un nuovo luogo da sola, forse è meglio se cammini tenendo sempre presente di tenerla alta, oppure ti destabilizzi.

Quando ci si trova soli in un luogo vuoto di affetti la reazione può essere univoca: si viene sovrastati da un immenso desiderio di tornare indietro o di averne tanti di nuovi (affetti, intendo).
Oppure la verità è che non siamo tutti uguali, e che esistono persone che abitualmente si adagiano in ogni posto in cui vanno e altre che, invece, è già tanto se si sentono bene se si aggrappano alle loro radici, sdraiate sui loro divani, a bere tisane calde in serate fredde, con il rumore della televisione alto a invadere la stanza, l'animo e i pensieri, e ogni tanto mi chiedo come si fa in certe occasioni a non perdersi mai un minuto della giornata, quando io, invece, nonostante tutti i miei numerosi difetti irrisolvibili, ne aggiungo ancora uno, e ne perdo tanti, quanto più vivo un attimo, tanto più poi penso a questo, e lascio andare via nuovi momenti, stralci di conversazione che saltano via dal mio cervello- database, mentre ormai so che è un gioco inutile e masochista, ma non ho ancora trovato il modo di trovare una soluzione a questo.
Le chiamano preoccupazioni, gli umani. Così mi sono convinta che mi succeda di estraniarmi perché sono preoccupata. Eppure io so che se lo faccio è perché devo arricchire il mio archivio cerebrale, per poi stilare la relazione che invierò ai miei complanetanei, i quali ormai da troppi anni stanno sperando in un mio ritorno. Non i miei capi, però, loro no.
Hanno fatto di me un oggetto di guadagno. Hanno rubato dagli umani l'idea dei media, e creano e rubano idee a loro attraverso me.
Non ho più una vita privata e nessuno dei miei conoscenti se ne cura. No, non parlo degli umani: sono esageratamente differenti da me per poter sperare che mi giunga un aiuto concreto da loro. Mi riferivo ai miei vecchi parenti che fluttuano nel cosmo. Almeno uno fra di loro potrebbe correre in mio aiuto, ma non succede. Mi arrabbio. Mi calmo. A che serve? A nulla. Appena, quindi, afferro la conclusione poco prima menzionata, ripenso a Esmeralda Matilde Lapis e alle dicerie sulla sua scomparsa. Io so che era una persona da studiare, lo stavo facendo già... ma si sa che chi ha più potere ti toglie il caso delle mani, appena vede che l'acqua è buona da poter trainare verso il proprio mulino.
So che tra i miei simili starà bene, perché lei ha quel qualcosa di inafferrabile che io non ho, lei non chiede niente di più se non di essere felice per ciò che ha e chissà se tra questa unica cosa che lei domanda ci sarà anche uno spazio che mi riguarda: forse si commuoveranno e torneranno a prendermi.
Io li aspetto, e intanto scrivo, per mettermi in contatto con Lapis in qualche modo, dal mio pianeta si sentono le vibrazioni della mente, e i miei pensieri tremano quando penso a tutto il bene che c'è nel mondo e che non ho ancora imparato a gestire.

E in questa maniera, scrivendo e scrivendo, mi estraneo ancora, e loro studiano, ed io, non sono ancora completamente soddisfatta di ciò che per il momento sono.

Loro si arricchiscono ed io continuo a ripassare.
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Avete appena letto la seconda parte di un racconto NON autobiografico. Qui la prima parte.