martedì 7 luglio 2009
Sbagliato umano (e non è un errore).
Ho cominciato a dannarmi alla ricerca del sentiero giallo a metà dell'ultimo anno del liceo. Da allora non credo di aver camminato su qualcosa che somigliasse almeno un po' al giallo ma ho proseguito lo stesso e continuerò a farlo.
Avevo appena diciott'anni e sentivo parlare le mie compagne di classe: ciascuna di loro sapeva già quale strada avrebbe intrapreso, se quella delle nozze o dell' università, o di entrambe le cose.
Io ero riuscita a sorprendere tutti a casa, nessuno di loro se l'aspettava che avrei fatto una scelta simile: una mattina uscii di casa e andai a cercare un lavoro, così, senza pensarci due volte.
In fondo, nello studio ormai da cinque anni non ero più costante, e sapevo da sola che avrei dovuto lasciare perdere tutte le speranze che i miei genitori avevano caricato dentro il mio zaino insieme ai libri.
Girai a zonzo per un'intera settimana, fingendo che sarei andata al mare con una mia amica, finché non trovai un lavoro. In realtà due in uno. Lavoravo come gelataia part-time e come baby-sitter il fine settimana per i miei capi-coniugi.
Eppure nonostante fossi indipendente e mai sola, sempre circondata di persone, sentivo che c'era qualcosa che mi mancava. La mia strada non era quella, oltretutto, mal sopportavo di vedere i lacci colorati dei costumi legati al collo delle altre coetanee che venivano a prendersi i ghiaccioli, di ritorno dal mare.
La mia Estate dopo il diploma fu un completo disastro, ma ero parzialmente indipendente dai miei, sebbene, non mi guardassero più nemmeno in faccia quando aprivo la bocca.
L'anno seguente trovai anche l'amore. Era molto più grande di me. Diceva di amarmi con uno sguardo ed una voce, con quel suo modo che tutt'oggi mi è ancora impossibile da descrivere. Dicevo anch'io d'amarlo, con lo sguardo e la voce tipica di chi ama.
Nemmeno di questa scelta furono contenti a casa mia e quando gli presentai il mio fidanzato non aprirono bocca. Non lo fecero nemmeno le volte seguenti e fu molto meglio così, perché se l'avessero fatto, immagino anche con quale tipo di lama tagliente avrebbero affilato le loro parole.
Eppure, nonostante questo, nonostante potessi vantarmi d'aver raggiunto l'indipendenza, di vivere l'amore, nonostante non dovessi più studiare per farmi giudicare da qualcuno, ma soltanto per imparare meglio l'arte di capire gli altri, nonostante tutto, io gli altri non li capivo lo stesso, e mi sentivo ancora insoddisfatta.
Io e il mio lui decidemmo di andare a vivere insieme. Tutto il vicinato ci osservava ogni volta che uscivamo di casa, se andavamo tardi o presto, guardavano se e come eravamo vestiti, era insopportabile, ma aspettavamo che facessero l'abitudine a noi due, anche se nel frattempo ce ne sbattevamo alla grande.
Ogni tanto avevo voglia di tornare a casa dai miei per trovarli, ma non mi piaceva la loro accoglienza, mi facevano sentire sbagliata, e sicuramente lo ero.
Avrei dovuto mettermi a studiare e magari non come una pazza ma con i miei tempi sarei riuscita lo stesso a terminare e prendere un'agognata laurea che mi sarebbe servita a qualcosa (anche se adesso non mi sovviene cosa), avrei dovuto farmi mantenere fino a quando avrei concluso gli studi così non mi sarei fatta sfruttare da qualche datore di lavoro per poche centinaia di euro, avrei dovuto incontrare qualche ragazzo della mia età e magari instaurare un bel rapporto fatto di letterine e regalini e cioccolatini per la festa di San Valentino per poi tagliare i ponti con lui in vista delle sue giovanili esperienze irrinunciabili, ma al contempo anche una via d'uscita per me per poter diventare più forte e più donna, per potermi divertire di più e non innamorarmi della persona sbagliata.
Avrei dovuto fare tutto questo e magari non sarei stata sbagliata io, o forse sì.
Avevo appena diciott'anni e sentivo parlare le mie compagne di classe: ciascuna di loro sapeva già quale strada avrebbe intrapreso, se quella delle nozze o dell' università, o di entrambe le cose.
Io ero riuscita a sorprendere tutti a casa, nessuno di loro se l'aspettava che avrei fatto una scelta simile: una mattina uscii di casa e andai a cercare un lavoro, così, senza pensarci due volte.
In fondo, nello studio ormai da cinque anni non ero più costante, e sapevo da sola che avrei dovuto lasciare perdere tutte le speranze che i miei genitori avevano caricato dentro il mio zaino insieme ai libri.
Girai a zonzo per un'intera settimana, fingendo che sarei andata al mare con una mia amica, finché non trovai un lavoro. In realtà due in uno. Lavoravo come gelataia part-time e come baby-sitter il fine settimana per i miei capi-coniugi.
Eppure nonostante fossi indipendente e mai sola, sempre circondata di persone, sentivo che c'era qualcosa che mi mancava. La mia strada non era quella, oltretutto, mal sopportavo di vedere i lacci colorati dei costumi legati al collo delle altre coetanee che venivano a prendersi i ghiaccioli, di ritorno dal mare.
La mia Estate dopo il diploma fu un completo disastro, ma ero parzialmente indipendente dai miei, sebbene, non mi guardassero più nemmeno in faccia quando aprivo la bocca.
L'anno seguente trovai anche l'amore. Era molto più grande di me. Diceva di amarmi con uno sguardo ed una voce, con quel suo modo che tutt'oggi mi è ancora impossibile da descrivere. Dicevo anch'io d'amarlo, con lo sguardo e la voce tipica di chi ama.
Nemmeno di questa scelta furono contenti a casa mia e quando gli presentai il mio fidanzato non aprirono bocca. Non lo fecero nemmeno le volte seguenti e fu molto meglio così, perché se l'avessero fatto, immagino anche con quale tipo di lama tagliente avrebbero affilato le loro parole.
Eppure, nonostante questo, nonostante potessi vantarmi d'aver raggiunto l'indipendenza, di vivere l'amore, nonostante non dovessi più studiare per farmi giudicare da qualcuno, ma soltanto per imparare meglio l'arte di capire gli altri, nonostante tutto, io gli altri non li capivo lo stesso, e mi sentivo ancora insoddisfatta.
Io e il mio lui decidemmo di andare a vivere insieme. Tutto il vicinato ci osservava ogni volta che uscivamo di casa, se andavamo tardi o presto, guardavano se e come eravamo vestiti, era insopportabile, ma aspettavamo che facessero l'abitudine a noi due, anche se nel frattempo ce ne sbattevamo alla grande.
Ogni tanto avevo voglia di tornare a casa dai miei per trovarli, ma non mi piaceva la loro accoglienza, mi facevano sentire sbagliata, e sicuramente lo ero.
Avrei dovuto mettermi a studiare e magari non come una pazza ma con i miei tempi sarei riuscita lo stesso a terminare e prendere un'agognata laurea che mi sarebbe servita a qualcosa (anche se adesso non mi sovviene cosa), avrei dovuto farmi mantenere fino a quando avrei concluso gli studi così non mi sarei fatta sfruttare da qualche datore di lavoro per poche centinaia di euro, avrei dovuto incontrare qualche ragazzo della mia età e magari instaurare un bel rapporto fatto di letterine e regalini e cioccolatini per la festa di San Valentino per poi tagliare i ponti con lui in vista delle sue giovanili esperienze irrinunciabili, ma al contempo anche una via d'uscita per me per poter diventare più forte e più donna, per potermi divertire di più e non innamorarmi della persona sbagliata.
Avrei dovuto fare tutto questo e magari non sarei stata sbagliata io, o forse sì.
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Case di bambole
mercoledì 1 luglio 2009
Secondo me
Su Facebook hanno creato moltissimi gruppi, che sostanzialmente si possono dividere in alcune categorie che contengono sottogruppi, a me piacciono quelli romantici:
- Tristi e malinconiche: rappresentate dall'immagine di una ragazza o ragazzina rannicchiata che piange e da una frase ricca di autostima (per chi crede nei sogni e non vuole smettere mai di sperare). In pratica un ingorgo di gente che sogna, soffre perché il sogno non lo porta da nessuna parte, non vuole smettere di farlo e persevera condividendo questo gruppo. Sconsigliato alle persone che cercano invano di svegliarsi, ma ormai è tempo sprecato;
- Vendicativi: è un gruppo che contiene gente di tutte le età, le quali dopo aver tanto sognato si sono dovute svegliare per mandare a quel paese qualcuno che ha fatto loro del male. Sconsigliato a chi ha ancora il cuscino disegnato in faccia dopo essersi alzato dal letto e sa che si addormenterà di nuovo, magari, si spera che non succeda mentre è in piedi come i cavalli;
- Fieri di sé: è il gruppo consigliato a chi non ha bisogno di sognare perché vive già dentro un sogno ma ad occhi aperti. E' il gruppo che tutte le altre categorie guardano da lontano e vorrebbero poter condividere. Più o meno su facebook non esiste.
domenica 28 giugno 2009
Ma|be
Ma|be mi aveva chiesto di scrivere una storia in cui lei era la protagonista, per pubblicarla sul suo blog. Mentre io, da casa mia, mi stavo destreggiando con un gruppo di suoi post, che mi erano giunti tra i feed del google reader, (che in realtà avevano ben poco di suo, perché erano dei testi di tre righe, per metà inglesi, per metà italiani, mescolati tra loro con parole incomprensibili) di cui lei era del tutto ignara.
Volevo avvisarla in tempo, prima che qualcuno si potesse impossessare del suo computer per scoprire alcuni dati segreti di cui era riuscita ad impossessarsi, prima che da New York si trasferisse in Italia.
Ma|be aveva trovato per caso una lista di operazioni della malavita organizzata, in un casolare che si trovava appena fuori dalla grande mela.
Il giorno che s'imbattè nella pendrive di uno degli scagnozzi dell'uomo d'affari più influente della zona, era in compagnia del suo fidanzato che amava tanto, ma con il quale doveva vivere una storia nascosta, lontana dagli occhi malfidati della gente, i quali forse troppo spesso riescono a vedere oltre il possibile, e capiscono più di quanto dovrebbero, ma anche in maniera distorta, forse fin troppo deformata per lasciare vivere in pace due innamorati clandestini che si nutrono l'uno della linfa dell'altra.
Ma|be era spaventata fin dall'inizio da quel posto desolato, sentiva che aveva qualcosa di infimo, e che se infimo faceva rima con intimo non era di certo questa la senzazione che lei provava al momento, nonostante poi, desiderasse star sola con lui più di quanto si potesse anche minimamente percepire dal languore del suo sguardo acceso se soltanto incrociava i suoi occhi o appoggiava sorridendo la sua fronte alla sua, mentre da seduti ogni forma di vita vegetale diventava scenografia intorno a loro, in funzione loro, senza i quali sarebbe certamente rimasta impassibile anche al vento che freddo s'inseriva tra i ciuffi dei capelli castani di Ma|be, insinuandosi dentro le maniche larghe delle loro magliette, già abbastanza sgualcite dagli abbracci, ma non abbastanza stropicciate da non scalfirsi con l'arietta che arrivava da nord.
E mentre Ma|be cercava di coprirsi come meglio poteva, le foglie scroscianti si spostarono, svolazzando e lasciando un angolo di terra vuoto e nudo, da lasciare intravedere una pendrive. Ma|be e il suo ragazzo, rimasero un attimo titubanti e insicuri sul dafarsi, ma la curiosità di lei fu più forte di qualsiasi rifiuto del giovane, si sentiva una piccola Eva e sebbene sapeva che qualcosa intorno a lei era sbagliata, di quel posto o di quel giorno, decise d'accaparrarsi quel piccolo oggetto tecnologico, quasi fosse il frutto proibito, per tentare il suo uomo o per indispettirlo, senza, però, ricordarsi che ad una curiosità così forte, prosegue sempre l'inferno più tetro.
Arrivò a casa e si avvicinò subito al computer e ciò che vide era quanto di peggiore potesse mai verificarsi.
Era in atto il più grosso giro di riciclaggio di denaro sporco mai visto, trovò nomi di gente morta ammazzata, nomi di gente ancora da eliminare, liste di organizzazioni per sviare le indagini degli agenti. C'era di tutto dentro quella minuscola penna.
Ma|be non esitò a rivolgersi alla polizia, ma i malavitosi erano già sulle sue tracce. Fu così che scattò il piano di protezione, e la portarono in Italia, dandole un nuovo nome, una nuova identità, un nuovo lavoro e un hobbie: una vita da scrivere. Ma|be sarebbe stata una scrittrice per tutti. E lo diventò veramente, la sua vita da scrivere divenne ben presto la realtà da vivere.
Ma|be credeva di aver cancellato per sempre le orme di sé nella sua vecchia vita, solo che era nettamente in errore.
Dopo sette mesi, dalla sua venuta in Italia, i malavitosi riuscirono a rintracciarla.
Ma|be era una donna forte e molto sveglia, alle volte, però, distratta e forse nella scrittura si era lasciata andare nella narrazione di particolari che riguardavano il suo passato a New York, che probabilmente non avrebbe mai dovuto rivelare, ma era impossibile ignorare un tempo andato così tempestoso, burrascoso e infuocato, intrepido e devastante di quel periodo appena precedente al maledetto pomeriggio al casolare, prima che quel fatto si apprestasse a cambiarle per sempre l'esistenza.
Adesso, io mi trovavo in casa mia, e dovevo soltanto leggere tra i blog che seguo da google reader, ma mi avevano incuriosità delle parole insensate che mi giungevano dal blog di Ma|be, seppure lei non aveva mai scritto o pubblicato niente di quel genere.
Io lavoravo nel campo dell'archeologia da diverso tempo ormai. I codici e la loro lettura erano il mio pane quotidiano, adoravo mettermi alla prova con affari nuovi, e ricerche di ogni genere. Così non esitai a mettermi subito alla prova. Mi ci vollero dei giorni prima di arrivare alla soluzione ma poi, mi fu chiaro quanto avevo letto.
Solo Ma|be poteva sapere, tutto quanto c'era scritto in quei codici per errore arrivati al mio reader, erano le informazioni che la ragazza teneva ben chiuse dentro il suo computer. Qualcuno l'aveva scoperta e adesso stava giocando con lei e con la sua vita.
Ma chi poteva essere?!
Provai a dirglielo ma ero molto spaventata perché ormai sapevo tutto e sapevo che anche lei sapeva ogni cosa. Ora si trattava solo di aspettare una sua risposta al messaggio che le avevo lasciato. Solo che non arrivava. Così io, rimasi ad attendere sue notizie. Sperando che non trascorressero ancora altri giorni: era in gioco la sua vita e forse adesso anche la mia.
P.S.= al solito è tutto inventato di sana pianta, tranne i post insensati che mi arrivavano tra i feed. Ma|be ti è piaciuta la storietta?!
Anna Maria Passaro.
Volevo avvisarla in tempo, prima che qualcuno si potesse impossessare del suo computer per scoprire alcuni dati segreti di cui era riuscita ad impossessarsi, prima che da New York si trasferisse in Italia.
Ma|be aveva trovato per caso una lista di operazioni della malavita organizzata, in un casolare che si trovava appena fuori dalla grande mela.
Il giorno che s'imbattè nella pendrive di uno degli scagnozzi dell'uomo d'affari più influente della zona, era in compagnia del suo fidanzato che amava tanto, ma con il quale doveva vivere una storia nascosta, lontana dagli occhi malfidati della gente, i quali forse troppo spesso riescono a vedere oltre il possibile, e capiscono più di quanto dovrebbero, ma anche in maniera distorta, forse fin troppo deformata per lasciare vivere in pace due innamorati clandestini che si nutrono l'uno della linfa dell'altra.
Ma|be era spaventata fin dall'inizio da quel posto desolato, sentiva che aveva qualcosa di infimo, e che se infimo faceva rima con intimo non era di certo questa la senzazione che lei provava al momento, nonostante poi, desiderasse star sola con lui più di quanto si potesse anche minimamente percepire dal languore del suo sguardo acceso se soltanto incrociava i suoi occhi o appoggiava sorridendo la sua fronte alla sua, mentre da seduti ogni forma di vita vegetale diventava scenografia intorno a loro, in funzione loro, senza i quali sarebbe certamente rimasta impassibile anche al vento che freddo s'inseriva tra i ciuffi dei capelli castani di Ma|be, insinuandosi dentro le maniche larghe delle loro magliette, già abbastanza sgualcite dagli abbracci, ma non abbastanza stropicciate da non scalfirsi con l'arietta che arrivava da nord.
E mentre Ma|be cercava di coprirsi come meglio poteva, le foglie scroscianti si spostarono, svolazzando e lasciando un angolo di terra vuoto e nudo, da lasciare intravedere una pendrive. Ma|be e il suo ragazzo, rimasero un attimo titubanti e insicuri sul dafarsi, ma la curiosità di lei fu più forte di qualsiasi rifiuto del giovane, si sentiva una piccola Eva e sebbene sapeva che qualcosa intorno a lei era sbagliata, di quel posto o di quel giorno, decise d'accaparrarsi quel piccolo oggetto tecnologico, quasi fosse il frutto proibito, per tentare il suo uomo o per indispettirlo, senza, però, ricordarsi che ad una curiosità così forte, prosegue sempre l'inferno più tetro.
Arrivò a casa e si avvicinò subito al computer e ciò che vide era quanto di peggiore potesse mai verificarsi.
Era in atto il più grosso giro di riciclaggio di denaro sporco mai visto, trovò nomi di gente morta ammazzata, nomi di gente ancora da eliminare, liste di organizzazioni per sviare le indagini degli agenti. C'era di tutto dentro quella minuscola penna.
Ma|be non esitò a rivolgersi alla polizia, ma i malavitosi erano già sulle sue tracce. Fu così che scattò il piano di protezione, e la portarono in Italia, dandole un nuovo nome, una nuova identità, un nuovo lavoro e un hobbie: una vita da scrivere. Ma|be sarebbe stata una scrittrice per tutti. E lo diventò veramente, la sua vita da scrivere divenne ben presto la realtà da vivere.
Ma|be credeva di aver cancellato per sempre le orme di sé nella sua vecchia vita, solo che era nettamente in errore.
Dopo sette mesi, dalla sua venuta in Italia, i malavitosi riuscirono a rintracciarla.
Ma|be era una donna forte e molto sveglia, alle volte, però, distratta e forse nella scrittura si era lasciata andare nella narrazione di particolari che riguardavano il suo passato a New York, che probabilmente non avrebbe mai dovuto rivelare, ma era impossibile ignorare un tempo andato così tempestoso, burrascoso e infuocato, intrepido e devastante di quel periodo appena precedente al maledetto pomeriggio al casolare, prima che quel fatto si apprestasse a cambiarle per sempre l'esistenza.
Adesso, io mi trovavo in casa mia, e dovevo soltanto leggere tra i blog che seguo da google reader, ma mi avevano incuriosità delle parole insensate che mi giungevano dal blog di Ma|be, seppure lei non aveva mai scritto o pubblicato niente di quel genere.
Io lavoravo nel campo dell'archeologia da diverso tempo ormai. I codici e la loro lettura erano il mio pane quotidiano, adoravo mettermi alla prova con affari nuovi, e ricerche di ogni genere. Così non esitai a mettermi subito alla prova. Mi ci vollero dei giorni prima di arrivare alla soluzione ma poi, mi fu chiaro quanto avevo letto.
Solo Ma|be poteva sapere, tutto quanto c'era scritto in quei codici per errore arrivati al mio reader, erano le informazioni che la ragazza teneva ben chiuse dentro il suo computer. Qualcuno l'aveva scoperta e adesso stava giocando con lei e con la sua vita.
Ma chi poteva essere?!
Provai a dirglielo ma ero molto spaventata perché ormai sapevo tutto e sapevo che anche lei sapeva ogni cosa. Ora si trattava solo di aspettare una sua risposta al messaggio che le avevo lasciato. Solo che non arrivava. Così io, rimasi ad attendere sue notizie. Sperando che non trascorressero ancora altri giorni: era in gioco la sua vita e forse adesso anche la mia.
P.S.= al solito è tutto inventato di sana pianta, tranne i post insensati che mi arrivavano tra i feed. Ma|be ti è piaciuta la storietta?!
Anna Maria Passaro.
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Cento ne penso e una ne scrivo
giovedì 25 giugno 2009
Potevo fare di meglio.
Un foglio bianco posso disegnarlo con parole, sguardi, schizzi della mia personalità ribelle a se stessa, risate, vita, elementi fantastici o sgorbi horror. Posso usare un foglio bianco per raccontare la cattiveria umana di quell'1% che si fa avanti quando voglio concentrarmi sulla speranza del 99% di gente buona. Posso prendere un foglio bianco e descrivere una storia d'amore che nonostante io usi inchiostro nero, mi tinga la pagina tutta di rosa. Posso prendere due amiche e farle litigare senza un motivo, tre amici e farli divertire con la stessa donna vamp che tanto desiderano, oppure una donna bella, decisa, forte e farla vincere sui tre amici e regalarle un lieto fine gay che spiazza tutti quanti. Potrei prendere una coppia in piena crisi del settimo anno che finge sia tutto nella norma per un figlio disturbato che preferirebbe, invece, vivere in un casa dove non si capisce niente, così potrebbe dar vita ai personaggi che realizza nei suoi fumetti senza sforzarsi eccessivamente la fantasia. Posso narrare la storia di un vecchietto ottantasettenne che si ritrova a dover fronteggiare il padrone di casa, che rivuole indietro l'abitazione affittatagli, a causa del matrimonio della figlia alla quale deve dare una adeguata sistemazione (coi tempi che corrono, avere una casa di proprietà è già una ricchezza da preservare!), e l'ottantasettenne deve andare in giro per cercare una nuova casa tutto da solo perché la moglie è paralitica, e i figli sono andati a vivere tra la Lombardia, il Lazio e il trentino Alto Adige per lavoro, così tutto da solo si sente come quando aveva sette anni e una madre troppo indaffarata, coi suoi nove figli, per poter badare a lui e un padre troppo impegnato a lavorare per dodici ore di fila per concedergli due minuti di rapporto padre-figlio.Se potessi prendere un foglio bianco scriverei un sacco (un sacco, sì) di storie, ma mai una volta ne scriverei una capace di darmi quella sensazione che vorrei provare ora.
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Schizzi della mia personalità ribelle a se stessa
Non ho voglia di scrivere.
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L'1% che si fa avanti quando voglio concentrarmi sulla speranza del 99% di gente buona.
Scrivo un post di sera e l'indomani devo stare attenta alla goccia di veleno che scivola neanche voluttuosamente, ma con una certa obesità, dalla bocca di una persona che non mi piace.
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Pagina tutta di rosa.
Anna Maria è al mare e si sdraia sul suo telo. All'improvviso un piccolo scarafaggio le si avvicina, accarezzandole con una zampetta nera il mignolo. La ragazza lo guarda e gli fa un sorriso, lui la guarda e lo ricambia. Parlano un po' insieme. Nel frattempo, dall'ombrellone accanto un ragazzo è incuriosito da questa scena di pura amicizia e per nulla geloso del piccolo animale, fa prima due passi, poi tre, poi quattro e così via, fino a sedersi accanto a loro due. Cominciano a raccontarsi di come è bello il mare quando è piatto e specchia i colori del cielo facendo brillare lo sguardo di chi lo osserva, da lontano, mentre con una mano si fa attraversare le dita dalla sabbia granulosa e dorata, e i suoi occhi si perdono in tutti i colori della natura e vorrebbero avere solo un altro paio di persone con cui condividerlo e che in quel momento loro sono là e null'altro conta. Poi, però, all'improvviso lo scarafaggio li deve salutare perché a casa lo stanno aspettando i suoi fratellini e non può deluderli: gli deve portare alcuni tesori che ha trovato tra la battigia e un ombrellone abbandonato. Così si salutano e Anna Maria rimane a chiacchierare con il ragazzo di prima, ma poi anche lui si ricorda che lo stanno aspettando per andare a giocare a pallavolo, ma la invita ad aggregarsi a loro. Così tutt'e due se ne vanno insieme a giocare. Mentre giocano Anna si ricorda che ha lasciato il cellulare in borsa, se ne va verso il suo telo e sente il telefonino squillare. "Chi sarà mai?!", si chiede la piccola donna smemorata. "Ma è lui, certo!", al telefono era il suo fidanzato che non poteva essere là con lei perché anche in vacanza gli davano una montagna di lavoro da svolgere. "Pazienza, amore mio, tu mi ami?", e lui "Certo amore, ti amo tanto". "Ok, allora quando ci vediamo?", "forse domani, ma tu mi sei sempre fedele vero?! Giurami che mi aspetterai in eterno se necessario", "ma certo tesoro mio, lo sai che non posso vivere senza di te e tu?", "ovvio vita mia, ora devo andare ciao". Dopo tre giorni i due si vedono di nuovo ed è di nuovo scintilla.
E vissero per sempre.
Fine.
___________________________________________________
Due femminette senza un motivo.
- "Tu sei una poco di buono!"
- "Tu sei una snob!"
- "Tu mi hai rubato il ragazzo"
- "Quello non era un ragazzo, ti ho preso un peluche"
- "Sei una lurida bugiarda, neghi pure l'evidenza".
- "Ti odio".
- "Anch'io".
- "Guarda c'è una gelateria aperta..."
- "mmm, quanto mi piace il gelato!"
- "Ecco lo sapevo sei una copiona!"
- "No, sei una copiona tu, scema".
- "Bambine smettetela di litigare, oppure non vi faccio più uscire di casa per una settimana."
- "D'accordo mamma."
_____________________________________________
Tre uomini e una vamp.
Il titolo mi ricordava qualche film ma non ci facevo caso, in preda com'ero a osservare i tre tipi che mangiavano con gli occhi la bionda tutta curve sdraiata al sole a bordo della piscina di una villa che io potevo vedere soltanto attraverso le grate. Era una festa lussuosa e molto giovanile, c'era musica alta e aperitivi in grande quantità distribuiti un po' in ogni angolo del posto. Le donne molto chic con i loro grandi occhiali da sole nascondevano dietro un alone di mistero le loro iperboliche occhiaie comparse dopo lunghe notti agitate trascorse a folleggiare in un qualche locale notturno di turno. Uno dei tre tipi mise una mano sulla spalla di lei per spalmarle la crema, ma accidentalmente finì dentro l'occhio del suo amico che poco lontano dalla scena osservava tutto per capire se poteva vincere la scommessa... Cominciò ad urlare per il bruciore, la vamp si alzò e andò a vedere cosa lui avesse, mentre lo stava aiutando, fu colta da un malessere e dovettero portarla in ospedale, là conobbe tre uomini in camice bianco che desideravano scoprirle il petto con un arnese a forma di cesoia che loro chiamavano bisturi.
La fecero tremare, i brividi si sentivano anche da lontano. Le salvarono la vita e da Dio furono ricompensati.
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Oppure.
Mentre sono in fase di pubblicazione un pugno di hacker per niente intelligenti mi riempioni il post di codici. Passo dieci muniti del mio tempo a modificare il tutto, poi mi dico: ma come mai le frasi migliori e incisive vengono in mente sempre agli altri?! E' proprio vero: "la mamma dei cretini è sempre incinta".
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Oggi.
Volevo scrivere "mi secca tutto", ma mi tocca scrivere che mi seccano gli imbecilli".
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Schizzi della mia personalità ribelle a se stessa
Non ho voglia di scrivere.
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L'1% che si fa avanti quando voglio concentrarmi sulla speranza del 99% di gente buona.
Scrivo un post di sera e l'indomani devo stare attenta alla goccia di veleno che scivola neanche voluttuosamente, ma con una certa obesità, dalla bocca di una persona che non mi piace.
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Pagina tutta di rosa.
Anna Maria è al mare e si sdraia sul suo telo. All'improvviso un piccolo scarafaggio le si avvicina, accarezzandole con una zampetta nera il mignolo. La ragazza lo guarda e gli fa un sorriso, lui la guarda e lo ricambia. Parlano un po' insieme. Nel frattempo, dall'ombrellone accanto un ragazzo è incuriosito da questa scena di pura amicizia e per nulla geloso del piccolo animale, fa prima due passi, poi tre, poi quattro e così via, fino a sedersi accanto a loro due. Cominciano a raccontarsi di come è bello il mare quando è piatto e specchia i colori del cielo facendo brillare lo sguardo di chi lo osserva, da lontano, mentre con una mano si fa attraversare le dita dalla sabbia granulosa e dorata, e i suoi occhi si perdono in tutti i colori della natura e vorrebbero avere solo un altro paio di persone con cui condividerlo e che in quel momento loro sono là e null'altro conta. Poi, però, all'improvviso lo scarafaggio li deve salutare perché a casa lo stanno aspettando i suoi fratellini e non può deluderli: gli deve portare alcuni tesori che ha trovato tra la battigia e un ombrellone abbandonato. Così si salutano e Anna Maria rimane a chiacchierare con il ragazzo di prima, ma poi anche lui si ricorda che lo stanno aspettando per andare a giocare a pallavolo, ma la invita ad aggregarsi a loro. Così tutt'e due se ne vanno insieme a giocare. Mentre giocano Anna si ricorda che ha lasciato il cellulare in borsa, se ne va verso il suo telo e sente il telefonino squillare. "Chi sarà mai?!", si chiede la piccola donna smemorata. "Ma è lui, certo!", al telefono era il suo fidanzato che non poteva essere là con lei perché anche in vacanza gli davano una montagna di lavoro da svolgere. "Pazienza, amore mio, tu mi ami?", e lui "Certo amore, ti amo tanto". "Ok, allora quando ci vediamo?", "forse domani, ma tu mi sei sempre fedele vero?! Giurami che mi aspetterai in eterno se necessario", "ma certo tesoro mio, lo sai che non posso vivere senza di te e tu?", "ovvio vita mia, ora devo andare ciao". Dopo tre giorni i due si vedono di nuovo ed è di nuovo scintilla.
E vissero per sempre.
Fine.
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Due femminette senza un motivo.
- "Tu sei una poco di buono!"
- "Tu sei una snob!"
- "Tu mi hai rubato il ragazzo"
- "Quello non era un ragazzo, ti ho preso un peluche"
- "Sei una lurida bugiarda, neghi pure l'evidenza".
- "Ti odio".
- "Anch'io".
- "Guarda c'è una gelateria aperta..."
- "mmm, quanto mi piace il gelato!"
- "Ecco lo sapevo sei una copiona!"
- "No, sei una copiona tu, scema".
- "Bambine smettetela di litigare, oppure non vi faccio più uscire di casa per una settimana."
- "D'accordo mamma."
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Tre uomini e una vamp.
Il titolo mi ricordava qualche film ma non ci facevo caso, in preda com'ero a osservare i tre tipi che mangiavano con gli occhi la bionda tutta curve sdraiata al sole a bordo della piscina di una villa che io potevo vedere soltanto attraverso le grate. Era una festa lussuosa e molto giovanile, c'era musica alta e aperitivi in grande quantità distribuiti un po' in ogni angolo del posto. Le donne molto chic con i loro grandi occhiali da sole nascondevano dietro un alone di mistero le loro iperboliche occhiaie comparse dopo lunghe notti agitate trascorse a folleggiare in un qualche locale notturno di turno. Uno dei tre tipi mise una mano sulla spalla di lei per spalmarle la crema, ma accidentalmente finì dentro l'occhio del suo amico che poco lontano dalla scena osservava tutto per capire se poteva vincere la scommessa... Cominciò ad urlare per il bruciore, la vamp si alzò e andò a vedere cosa lui avesse, mentre lo stava aiutando, fu colta da un malessere e dovettero portarla in ospedale, là conobbe tre uomini in camice bianco che desideravano scoprirle il petto con un arnese a forma di cesoia che loro chiamavano bisturi.
La fecero tremare, i brividi si sentivano anche da lontano. Le salvarono la vita e da Dio furono ricompensati.
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Oppure.
Mentre sono in fase di pubblicazione un pugno di hacker per niente intelligenti mi riempioni il post di codici. Passo dieci muniti del mio tempo a modificare il tutto, poi mi dico: ma come mai le frasi migliori e incisive vengono in mente sempre agli altri?! E' proprio vero: "la mamma dei cretini è sempre incinta".
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Oggi.
Volevo scrivere "mi secca tutto", ma mi tocca scrivere che mi seccano gli imbecilli".
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Cento ne penso e una ne scrivo
lunedì 22 giugno 2009
Non è mai troppo tardi*
A dispetto del sogno angosciante (e ovviamente brutto) che ho fatto stanotte, la realtà oggi mi sembra serena. Le persone mi sembrano per il 99% tutte buone, l'1% me lo riservo per l'ignoto che resterà sempre sconosciuto.
Avrei qualche novità da raccontare, qualche piccolo episodio finalmente significante nella mia vita. In questo periodo sento di avere intorno solo persone interessanti e che mi vogliono bene. Ogni tanto faccio qualche mossa sbagliata ma capita un po' a tutti, però, per adesso posso stare tranquilla visto che di grossi errori non credo d'averne fatti, o almeno se qualcosa è andata male mi piace pensare che quello era il corso che in ogni caso avrebbe preso.
Ho una gran voglia di coltivare alcune persone (se le persone non si coltivano scusatemi, forse, avrei dovuto scrivere conoscere, ma ognuno di noi porta con sé una cultura diversa, no?! Cambia anche di casa in casa, non soltanto di paese in paese), ed ho voglia di conoscerne di nuove. E ho voglia di frequentare persone speciali e il piacere di non pensare tanto. Ho una gran voglia di ridere, e il riso non abbonda sulla bocca degli sciocchi, ma di chi non vuole trattenere le sue emozioni, ma ha voglia di esplodere.
Voglio continuare ad essere tranquilla come lo sono ora, senza niente dentro le mani, ma con tante piccole lezioni segnate sui palmi per non dimenticarle.
Sto imparando ad essere sincera con me stessa e a non farmi gli sgambetti da sola. Voglio continuare ad essere una persona riflessiva che cerca di non sbagliare, ma voglio sbagliare tanto (se proprio deve capitare) e imparare ancora di più, voglio essere così come sono, e voglio salutare tutte le persone che hanno provato a farmi capire qualcosa senza dirmi niente, e ringraziarle perché le uniche persone a cui non si dice niente ma si sa già che capiscono da sole sono quelle che reputiamo più vicine a noi, e allora significa che vicino a me ho davvero tantissima gente
:-)
P.S.= qua leggono pure persone che mi troveranno stramba leggendo queste righe... potreste con gentilezza e cortesia ignorarmi, please??? In fondo, l'ho appena scritto che non c'è bisogno di parlare e capisco tutto lo stesso.
Miaus ^_^
*eppure sono già le 18:47, e io devo mettermi a ripassare altrimenti sono guai. Buono studio a me stessa!
Avrei qualche novità da raccontare, qualche piccolo episodio finalmente significante nella mia vita. In questo periodo sento di avere intorno solo persone interessanti e che mi vogliono bene. Ogni tanto faccio qualche mossa sbagliata ma capita un po' a tutti, però, per adesso posso stare tranquilla visto che di grossi errori non credo d'averne fatti, o almeno se qualcosa è andata male mi piace pensare che quello era il corso che in ogni caso avrebbe preso.
Ho una gran voglia di coltivare alcune persone (se le persone non si coltivano scusatemi, forse, avrei dovuto scrivere conoscere, ma ognuno di noi porta con sé una cultura diversa, no?! Cambia anche di casa in casa, non soltanto di paese in paese), ed ho voglia di conoscerne di nuove. E ho voglia di frequentare persone speciali e il piacere di non pensare tanto. Ho una gran voglia di ridere, e il riso non abbonda sulla bocca degli sciocchi, ma di chi non vuole trattenere le sue emozioni, ma ha voglia di esplodere.
Voglio continuare ad essere tranquilla come lo sono ora, senza niente dentro le mani, ma con tante piccole lezioni segnate sui palmi per non dimenticarle.
Sto imparando ad essere sincera con me stessa e a non farmi gli sgambetti da sola. Voglio continuare ad essere una persona riflessiva che cerca di non sbagliare, ma voglio sbagliare tanto (se proprio deve capitare) e imparare ancora di più, voglio essere così come sono, e voglio salutare tutte le persone che hanno provato a farmi capire qualcosa senza dirmi niente, e ringraziarle perché le uniche persone a cui non si dice niente ma si sa già che capiscono da sole sono quelle che reputiamo più vicine a noi, e allora significa che vicino a me ho davvero tantissima gente
:-)
P.S.= qua leggono pure persone che mi troveranno stramba leggendo queste righe... potreste con gentilezza e cortesia ignorarmi, please??? In fondo, l'ho appena scritto che non c'è bisogno di parlare e capisco tutto lo stesso.
Miaus ^_^
*eppure sono già le 18:47, e io devo mettermi a ripassare altrimenti sono guai. Buono studio a me stessa!
sabato 20 giugno 2009
Libertà da schiavitù e schiavitù da libertà.
Decine di film non smettevano di raccontarmi di qualche sofferenza per amore, di donne trascurate e di mariti traditori, di donne innamorate e di mariti feriti, di donne consumate e di uomini in crisi.
A rotazione mi venivano davanti questi personaggi ingabbiati in una vita che non li faceva stare bene e li opprimeva in un circuito grande quanto la circorferenza del loro corpo, costringente quanto le bende ingiallite di una sorta di mummia immobilizzata e chiusa in un sarcofago.
E chissà se la realtà poi, era davvero uguale. Chissà se poi, ci si sentiva davvero così alle strette. Io me lo chiedevo ripetutamente, finché poi, un giorno, non mi capitò di diventare empatica. Da quell'istante potevo sentire i dolori e le gioie della gente che mi passava accanto, che mi sfiorava appena, che mi alitava in faccia, che distribuiva la sua voce nell'etere.
Richiamarono la mia attenzione un uomo e una donna. Lui amava lei, dopo non l'amò più. Lei amava lui, dopo provò a non amarlo più. Lui l'amava ancora, dopo. Lei non lo sapeva più, ma voleva dirglielo, il suo amore c'era, ma quello di lui, c'era ancora? Lui stava con un'altra persona, a cui voleva bene, ma la lei di prima doveva restare immobilizzata a guardare vivere lui. No, lui non voleva questo, voleva che avesse una vita e che fosse felice ma non voleva che si muovesse per realizzarla. Ma cosa voleva allora?! E lei, cosa voleva? Di lei potevo sentire i sentimenti, lei si poteva lanciare in quell'amore, se solo tutto fosse stato meno complicato. Lui non poteva mandare al suolo tutto quello che aveva. Lei non aveva nulla da mandare al suolo, a parte tre o quattro principi sui quali, un giorno decise d'impuntarsi, dopo aver baciato un ragazzo che aveva già una ragazza.
Arrivò luglio e non era di certo il mese migliore per resistere. Il corpo cedeva al sole e l'acqua spingeva per uscire fuori dal corpo ed abbronzarsi anche lei, gocciolando dalla fronte, dalle mani, dalla schiena. Si abbracciavano come se fosse gennaio, in piena bufera.
Avevano buttato tutto per aria: famiglia, lavoro, amici, passatempi; finché non arrivò il tempo di ricostruire tutto. Nacque la prima figlia. Si ricominciò a lavorare. Tornarono gli amici. S'intrecciarono nuove anime. Qualcosa mancava ancora.
Lui pensava, lei pure.
Io non ero più capace di sentirli perché era finito l'effetto dell'empatia e perché non ero telepatica. Tra la gente empatica non ero nemmeno tra le più esperte, il mio potere era a livelli elementari. Nessuno mi aveva dato una mano per coltivarli. Con il tempo avevo imparato a gestirli, ma non era stato abbastanza.
Un giorno, poi, non si sa come, io mi ritrovai nel corpo di lei. Riuscii ad ascoltare i suoi pensieri. Avevamo paura dei fantasmi del passato, ed eravamo terrorizzate dal presente, il futuro non era più neanche lontanamente ipotizzabile. Eppure quella mattina trascorse lo stesso, lui tornò dal suo viaggio, e tutto fu di nuovo ricco di entusiasmo, era stata solo malinconia di un attimo. Tirammo un sospiro di sollievo e uscii dal corpo di lei.
Ero felicissima per aver scoperto che la vita è fatta di momenti effimeri e che tutto ritorna sempre al suo posto, certo, non avevo più nessun potere magico, però, sapevo che io, nella MIA vita, non dovevo rattristarmi più fino a sprofondare, che non dovevo diventare buia se qualcosa non poteva andare come volevo, perché ... in effetti no, io non sapevo il perché, e non l'avevo nemmeno capito da tutta questa storia, ma sapevo che gli istanti vanno e vengono, e mutano sempre come le persone se non s'impegnano ad essere quella parte buona che sanno di avere dentro. Sapevo, però, che amavo la libertà in ogni sua forma e che ora dovevo soltanto mettermi in testa che dovevo voler bene anche alla libertà di scelta altrui e sperare che nessuno diventasse all'improvviso telepatico o empatico nei miei confronti, perché tutto ciò che avevo di più caro era proprio il tesoro che nascondevo nella mente e nel cuore: qualche neurone e alcuni vasi sanguigni comunicanti.
A rotazione mi venivano davanti questi personaggi ingabbiati in una vita che non li faceva stare bene e li opprimeva in un circuito grande quanto la circorferenza del loro corpo, costringente quanto le bende ingiallite di una sorta di mummia immobilizzata e chiusa in un sarcofago.
E chissà se la realtà poi, era davvero uguale. Chissà se poi, ci si sentiva davvero così alle strette. Io me lo chiedevo ripetutamente, finché poi, un giorno, non mi capitò di diventare empatica. Da quell'istante potevo sentire i dolori e le gioie della gente che mi passava accanto, che mi sfiorava appena, che mi alitava in faccia, che distribuiva la sua voce nell'etere.
Richiamarono la mia attenzione un uomo e una donna. Lui amava lei, dopo non l'amò più. Lei amava lui, dopo provò a non amarlo più. Lui l'amava ancora, dopo. Lei non lo sapeva più, ma voleva dirglielo, il suo amore c'era, ma quello di lui, c'era ancora? Lui stava con un'altra persona, a cui voleva bene, ma la lei di prima doveva restare immobilizzata a guardare vivere lui. No, lui non voleva questo, voleva che avesse una vita e che fosse felice ma non voleva che si muovesse per realizzarla. Ma cosa voleva allora?! E lei, cosa voleva? Di lei potevo sentire i sentimenti, lei si poteva lanciare in quell'amore, se solo tutto fosse stato meno complicato. Lui non poteva mandare al suolo tutto quello che aveva. Lei non aveva nulla da mandare al suolo, a parte tre o quattro principi sui quali, un giorno decise d'impuntarsi, dopo aver baciato un ragazzo che aveva già una ragazza.
Arrivò luglio e non era di certo il mese migliore per resistere. Il corpo cedeva al sole e l'acqua spingeva per uscire fuori dal corpo ed abbronzarsi anche lei, gocciolando dalla fronte, dalle mani, dalla schiena. Si abbracciavano come se fosse gennaio, in piena bufera.
Avevano buttato tutto per aria: famiglia, lavoro, amici, passatempi; finché non arrivò il tempo di ricostruire tutto. Nacque la prima figlia. Si ricominciò a lavorare. Tornarono gli amici. S'intrecciarono nuove anime. Qualcosa mancava ancora.
Lui pensava, lei pure.
Io non ero più capace di sentirli perché era finito l'effetto dell'empatia e perché non ero telepatica. Tra la gente empatica non ero nemmeno tra le più esperte, il mio potere era a livelli elementari. Nessuno mi aveva dato una mano per coltivarli. Con il tempo avevo imparato a gestirli, ma non era stato abbastanza.
Un giorno, poi, non si sa come, io mi ritrovai nel corpo di lei. Riuscii ad ascoltare i suoi pensieri. Avevamo paura dei fantasmi del passato, ed eravamo terrorizzate dal presente, il futuro non era più neanche lontanamente ipotizzabile. Eppure quella mattina trascorse lo stesso, lui tornò dal suo viaggio, e tutto fu di nuovo ricco di entusiasmo, era stata solo malinconia di un attimo. Tirammo un sospiro di sollievo e uscii dal corpo di lei.
Ero felicissima per aver scoperto che la vita è fatta di momenti effimeri e che tutto ritorna sempre al suo posto, certo, non avevo più nessun potere magico, però, sapevo che io, nella MIA vita, non dovevo rattristarmi più fino a sprofondare, che non dovevo diventare buia se qualcosa non poteva andare come volevo, perché ... in effetti no, io non sapevo il perché, e non l'avevo nemmeno capito da tutta questa storia, ma sapevo che gli istanti vanno e vengono, e mutano sempre come le persone se non s'impegnano ad essere quella parte buona che sanno di avere dentro. Sapevo, però, che amavo la libertà in ogni sua forma e che ora dovevo soltanto mettermi in testa che dovevo voler bene anche alla libertà di scelta altrui e sperare che nessuno diventasse all'improvviso telepatico o empatico nei miei confronti, perché tutto ciò che avevo di più caro era proprio il tesoro che nascondevo nella mente e nel cuore: qualche neurone e alcuni vasi sanguigni comunicanti.
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